Aborto farmacologico: aspetta e spera! Per i tagli di Trump moriranno 14 milioni di persone
Ma parliamo anche dell’HIV che rialza la testa, di quando l’inquinamento è anche una questione di classe e della finanziarizzazione della sanità
Diritti in Salute - la newsletter quindicinale di Vittorio Agnoletto
N. 33 – 19 luglio 2025
Bentornate e bentornati a Diritti in Salute!
Questo è l’ultimo numero di Diritti in Salute prima della pausa estiva. Anche noi abbiamo bisogno di riposarci, per tornare a settembre con nuove energie. Volevo però ringraziarvi tutte/i per il grande sostegno che mi avete dimostrato fino a qui, e che mi ha stimolato nel proseguire in questa avventura. Un grazie particolare a coloro che hanno deciso di sostenere il mio lavoro anche con una donazione.
Il prossimo numero sarà nelle vostre caselle di posta elettronica il 13 settembre!
Intanto, buona lettura.
In questo numero parliamo di:
Aborto farmacologico senza ricovero
L’HIV rialza la testa
Nel mondo. La finanziarizzazione della sanità: cosa è utile sapere
Nel mondo. L’inquinamento è anche una questione di classe
Nel mondo. Le conseguenze delle decisioni di Trump: + 14 milioni di morti
Aborto farmacologico senza ricovero
Dal 2020, secondo le linee guida ministeriali, l’aborto farmacologico può essere eseguito in ambulatorio o in consultorio con la possibilità di assumere la seconda compressa a casa propria. Nonostante ciò, l’accesso alle pratiche di IVG (Interruzione Volontaria di Gravidanza) meno invasive viene, se non palesemente ostacolato, comunque non garantito su tutto il territorio nazionale. Questo accade formalmente per ragioni di tutela della salute delle donne, ma sostanzialmente per condizionarne la libera scelta in base a orientamenti politici e ideologici.
A distanza di 5 anni, solo il Lazio e l’Emilia-Romagna applicano la circolare ministeriale del 2020. Si assiste così, da parte delle altre regioni, ad uno spreco di risorse preziose (economiche e professionali), mentre contemporaneamente le donne vengono esposte a percorsi di obiezione e violenza ostetrica e psicologica, che ne mettono a rischio la salute. Lo sappiamo dalla stessa relazione ministeriale sulla legge 194, che recita: “l’aborto farmacologico, ove possibile, è meno invasivo e più sicuro per la salute delle donne”.
“Siamo convinte – dichiarano le responsabili dell’Area Stato Sociale e Diritti della CGIL nazionale – che sia fondamentale difendere la piena autodeterminazione delle donne non solo rispetto all’accesso all’IVG, nel solco della legge 194 del1978, ma anche sulle modalità: farmacologica o meno, in casa propria o in ambulatorio. Abbiamo quindi accolto l’invito dell’Associazione Luca Coscioni, a sostenere e rilanciare la campagna Aborto senza ricovero anche nella nostra Regione che, attraverso una raccolta di firme su base regionale e online, ha l’obiettivo di intervenire direttamente sui Consigli regionali invitandoli ad approvare procedure chiare, definite e uniformi per l’aborto farmacologico in regime ambulatoriale, per garantire a tutte le donne la possibilità di scegliere e autodeterminarsi”
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L’HIV rialza la testa
Nel nostro paese, il numero delle persone che convivono con l’infezione da HIV è stimato attorno a 140.000. Nel 2023 ci sono state 2.349 nuove diagnosi, in costante aumento dal 2020 e di cui 491 in Lombardia. Sempre nel 2023 sono stati 532 i nuovi casi di AIDS conclamato, nel 2022 erano 443.
Come ormai accade da anni, la maggioranza delle persone diventate HIV positive nel 2023 hanno saputo di essere sieropositive con grande ritardo: ovvero, solo quando si sono manifestati i primi sintomi ed erano già in una fase avanzata dell’infezione. Questo è il risultato dell’assenza delle campagne di prevenzione. Le conseguenze ricadono sia sul singolo, perché le terapie antiretrovirali dovrebbero iniziare subito dopo l’avvenuta infezione; sia sulla comunità, perché chi non sa di essere positivo in media presta meno attenzione alle pratiche di sesso sicuro. Ricordiamoci infatti che la trasmissione avviene nella stragrande maggioranza dei casi per via sessuale.
Siamo ormai nel pieno dell’estate, stagione privilegiata per i nuovi incontri (non solo per i giovani): è bene ricordarsi che l’HIV non è scomparso e che un uso corretto del profilattico può evitare l’infezione.
NEL MONDO
La finanziarizzazione della sanità: cos’è utile sapere
Nei sistemi sanitari europei, così come in quelli di tutto il mondo occidentale, è in corso un processo di finanziarizzazione le cui ricadute sulla salute sono descritte in innumerevoli ricerche internazionali. In Italia, il tema non sembra avere appassionato gli economisti dei vari centri accademici che da anni hanno descritto e prefigurato sia l’aziendalizzazione del Servizio Sanitario italiano, sia l’integrazione tra pubblico e privato.
Con lo studio Note sulla finanziarizzazione dell’assistenza sanitaria Aldo Gazzetti, esperto in sanità, ha cercato di rispondere ad alcune domande: la crescita della finanziarizzazione nel settore sanitario e sociale è positiva? I governi e le organizzazioni sanitarie internazionali valutano e controllano le conseguenze del consolidamento aziendale e del potere strutturale raggiunto sia nello specifico settore, sia nel territorio? I quasi monopoli esistenti nell’offerta di prestazioni quali ricadute hanno e avranno sui diritti dei cittadini e sui lavoratori della sanità?
La crescita e il potere delle società di gestione patrimoniale a scopo di lucro – in particolare Blackrock, Vanguard e State Street – rappresentano una trasformazione strutturale dell’economia globale. In un contesto di crescente finanziarizzazione questi attori detengono partecipazioni significative in società quotate e non, esercitando un’influenza senza precedenti sulla governance aziendale e sull’economia globale. Nei paesi ad alto reddito, dotati di sistemi sanitari pubblici più estesi, la finanziarizzazione ha portato i governi a cercare attivamente finanziamenti privati per investimenti aggiuntivi e per contribuire alla gestione del debito pubblico.
Questo fenomeno, noto come “finanziarizzazione della sanità”, riguarda anche l’acquisto e la gestione di cliniche, ambulatori, studi medici da parte di soggetti il cui core business è esterno all’ambito sanitario. Di conseguenza, settori essenziali per il benessere collettivo rischiano di essere gestiti secondo logiche puramente finanziarie, con impatti potenzialmente negativi su accessibilità, equità e qualità dei servizi.
NEL MONDO
L’inquinamento è anche una questione di classe
Un amico mi ha girato questa immagine: confrontando i diversi stili di vita, emerge che sul totale delle emissioni di CO2 il 50% più povero della popolazione mondiale è responsabile solo del 10%, mentre il 10% più ricco è responsabile di quasi la metà.
Ne ho verificato la fonte e la figura appare in un articolo pubblicato nel 2018 sul sito di The Millennium Alliance for Humanity and the Biosphere, MAHB. I dati sono confermati dal Climate Inequality Report 2023 con una piccola variazione: il 50% più povero della popolazione mondiale emette il 12% (non più il 10%) dell’insieme dei gas a effetto serra, ma questa stessa popolazione “è esposta per il 75% alla perdita relativa del proprio reddito a causa dei cambiamenti climatici”. Mentre i redditi del 10% più ricco, responsabile di circa il 50% delle emissioni, sono “esposti agli effetti dei cambiamenti climatici per un esiguo 3% del proprio reddito”.
Secondo il rapporto del 2023, recenti studi confutano l'idea per cui l'eradicazione della povertà a livello mondiale comporterebbe un ulteriore consumo di carbonio, entrando così in contraddizione con il raggiungimento degli obiettivi fissati nell’accordo di Parigi. “Il costo dell’eradicazione della povertà in termini di emissioni di carbonio rimane relativamente esiguo rispetto all’impronta climatica della popolazione più ricca nel mondo”.
In sintesi: la lotta alla povertà non è in contrasto con il rispetto degli obiettivi di riduzione delle emissioni, ed il prezzo che dovrebbe pagare la popolazione più ricca sarebbe tutto sommato contenuto rispetto all’attuale sproporzione di consumi e di produzione di emissioni di carbonio. Come dire, anche nella lotta contro i cambiamenti climatici c’è un pezzo di lotta di classe.
NEL MONDO
Le conseguenze delle decisioni di Trump: + 14 milioni di morti
Quali saranno le conseguenze del taglio dei finanziamenti per la cooperazione imposti da Trump all’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (USAID)? La risposta a questa domanda è arrivata dalla ricerca Evaluating the impact of two decades of USAID interventions and projecting the effects of defunding on mortality up to 2030: a retrospective impact evaluation and forecasting analysis. Uno studio condotto da Daniella Medeiros Cavalcanti e altri ricercatori, e pubblicata il 30 giugno sulla prestigiosa rivista inglese The Lancet.
I ricercatori hanno analizzato i risultati ottenuti in due decenni dagli interventi di USAID, e hanno valutato quali potrebbero essere le conseguenze del disimpegno Usa sulla mortalità da qui al 2030. Cifre impressionanti: nei prossimi cinque anni si verificherebbero oltre 14 milioni di morti altrimenti evitabili.
“Livelli più elevati di finanziamenti USAID, diretti principalmente verso i Paesi a basso reddito, in particolare quelli africani, sono stati associati – spiegano i ricercatori – a una riduzione del 15% della mortalità per tutte le cause standardizzata per età […] e a una riduzione del 32% della mortalità al di sotto dei cinque anni […].
Questo dato indica che 91.839.663 […] di decessi in tutte le età, tra cui 30.391.980 […] in bambini di età inferiore ai 5 anni, sono stati evitati grazie ai finanziamenti USAID nei 21 anni di studio. I finanziamenti USAID sono stati associati a una riduzione del 65% […] della mortalità da HIV/AIDS […], del 51% […] della mortalità per malaria […] e del 50% […] della mortalità per malattie tropicali trascurate […]. Sono state osservate diminuzioni significative anche nella mortalità per tubercolosi, carenze nutrizionali, malattie diarroiche, infezioni respiratorie inferiori e condizioni materne e perinatali.
I modelli di previsione hanno stimato che gli attuali forti tagli ai finanziamenti potrebbero causare più di 14.051.750 […] di morti aggiuntive per tutte le età, tra cui 4.537.57 […] nei bambini di età inferiore ai 5 anni, entro il 2030”
“I finanziamenti USAID – spiegano gli autori dello studio – hanno contribuito in modo significativo alla riduzione della mortalità adulta e infantile nei Paesi a basso e medio reddito negli ultimi due decenni. Le nostre stime mostrano che, a meno che i bruschi tagli ai finanziamenti annunciati e attuati nella prima metà del 2025 non vengano invertiti, entro il 2030 potrebbe verificarsi un numero impressionante di morti evitabili”.
(Mia traduzione dall’inglese)
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Per questo numero abbiamo finito. Ci rivediamo a settembre!
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