Medici pubblici ”in affitto” alle strutture private. Quanto è diffusa e a chi serve l’intramoenia?
Ma parliamo anche della conferenza nazionale sulle droghe: l’ennesima occasione persa. E poi, chi inquina paga: lo dice la Corte di Cassazione
Diritti in Salute - la newsletter quindicinale di Vittorio Agnoletto
N. 39 – 22 novembre 2025
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In questo numero parliamo di:
Medici pubblici “in affitto” alle strutture private
Non può essere l’intramoenia a sostituire uno stipendio decente
La diffusione dell’intramoenia in Italia, un attacco al principio di uguaglianza
La conferenza nazionale sulle droghe: l’ennesima occasione persa
Nel mondo. Chi inquina paga: lo dice la Corte di Cassazione
Medici pubblici “in affitto” alle strutture private
Giovedì, 16 ottobre il sito d’informazione Merate online pubblica questa notizia: “Dal 1° ottobre il personale medico della struttura complessa di Endoscopia digestiva è autorizzato a operare anche nella struttura privata non accreditata clinica San Martino di Malgrate. La convenzione prevede due accessi a settimana della durata di 6 ore, fuori dal normale orario di lavoro. L’importo complessivo stimato della convenzione per gli anni 2025-2027 è di circa 194mila euro. […]” per ogni prestazione la Clinica riconosce all’ASST una cifra stabilita e l’ASST “trattiene il 23% per i propri costi e l’organizzazione aziendale, il resto al personale medico. I tempi di attesa indicati nel primo quadrimestre 2025 sul sito dell’Azienda ospedaliera pubblica sono: per la prima visita gastroenterologica 47 giorni; per la Colonscopia con endoscopio flessibile: a) prestazioni da eseguirsi entro 10 giorni, prospettata 50,8 giorni; b) procedura da eseguirsi entro 30 giorni per visite e 60 giorni per prestazioni strumentali 165,8 giorni […]”.
In sostanza l’ASST di Lecco “affitta” alcuni suoi medici a una struttura privata, dove visiteranno quei cittadini in grado di sostenere le spese per visite private. Tutti coloro che non sono disposti a pagare di più per le stesse prestazioni, e che quindi si recheranno nella struttura pubblica, dovranno invece affrontare lunghe liste d’attesa. Abbiamo chiesto a Milva Caglio, una delle volontarie dello sportello della Salute di Lecco e Osnago, di raccontare a 37e2, la trasmissione che conduco da tempo su Radio Popolare insieme a Elena Mordiglia, la storia di questa convenzione tra ASST e clinica privata. Invitata per un contraddittorio in trasmissione, l’ASST di Lecco ha scelto di non intervenire limitandosi ad inviare una breve nota scritta: ci spiega che la convenzione è stata autorizzata dall’ATS competente e che rientra nell’attività libero-professionale così come previsto dal Contratto Collettivo Nazionale dei medici.
In seguito alla messa in onda della puntata l’ASST di Lecco ci ha inviato un’altra mail nella quale, tra l’altro, precisava che l’attività prevista con la clinica privata “È svolta fuori dall’orario di servizio e conseguentemente non vi è alcun impatto sul normale funzionamento delle attività della SC di Endoscopia. La Struttura Complessa di Endoscopia Digestiva dell’ASST di Lecco continua a svolgere un grande lavoro per la riduzione delle liste d’attesa”. E che “ad oggi è stata strutturata (presso la clinica S. Martino, nda) la sola presenza di un medico un pomeriggio la settimana”.
Negli stessi giorni l’ASST ha dichiarato che sarebbe la carenza di personale infermieristico a limitare la possibilità di aumentare l’attività della Struttura Complessa di Endoscopia all’interno dell’ospedale pubblico. A questa giustificazione hanno prontamente risposto i volontari dello Sportello Salute di Lecco:
“[…] Spostare i professionisti verso l’attività privata non aiuta la sanità pubblica a ripartire […] Le liste d’attesa si riducono investendo nel personale, potenziando i reparti, migliorando le condizioni di lavoro e creando un ambiente che invogli i professionisti a restare e a crescere dentro l’ASST, non fuori […] Forse è il momento di cambiare approccio. Per esempio, perché non aprire un confronto vero con i rappresentanti dei lavoratori e con le amministrazioni locali per individuare soluzioni concrete, come l’offerta di alloggi ad equo canone per medici e infermieri che scelgono di lavorare a Lecco o Merate? Molti vincitori di concorso rinunciano per difficoltà logistiche o costi abitativi troppo elevati. Eppure, l’ASST dispone di immobili propri: metterli a disposizione del personale significherebbe investire in modo intelligente, e quasi a costo zero, sul futuro della nostra sanità pubblica […]”
Un ragionamento semplice, quello dei volontari, che propone soluzione realizzabili, che non valgono solo per l’ASST di Lecco. Sempre che ci sia la volontà politica e manageriale.
Non può essere l’intramoenia a sostituire uno stipendio decente
“La libera professione è un diritto, ma non può negare la prestazione pubblica. Il problema nasce quando ci sono più prestazioni a pagamento che in SSN, quando l’attesa pubblica è di sei mesi e l’intramoenia di due settimane. Se lo sbilanciamento nega il diritto alle cure, è verosimile ipotizzare una sospensione temporanea. Il patto è chiaro: prima il pubblico poi il privato convenzionato. Dove vediamo criticità interveniamo per garantire equità”.
Così il Ministro della Salute, Orazio Schillaci ha risposto su la Stampa del 17 novembre alla domanda di Paolo Russo L’ultimo rapporto segna un +10% dell’intramoenia negli ospedali. È accettabile con queste liste d’attesa?
Dalle pagine di Quotidiano Salute ha risposto al ministro Schillaci Pierino Di Silverio, segretario nazionale Anaao Assomed, il sindacato dei medici ospedalieri del servizio pubblico. “Su intramoenia persiste il clima di caccia alle streghe” ha detto Di Silverio. La sezione lombarda di Anaao Assomed pochi giorni fa non aveva unicamente espresso il proprio totale sostegno alla famosa delibera della Regione Lombardia che istituiva la “super intramoenia”, ma ne aveva addirittura rivendicata la paternità.
Il dibattito è proseguito con toni accesi sul sito de La Stampa.
Tra i vari messaggi all’articolo uno mi è parso particolarmente interessante, quello di Marco Cavaleri: “Basta propaganda. Elargite risorse concrete e non tagli al personale medico-infermieristico, garantite un incremento dei professionisti in pubblico, aumentando stipendi e tagliando tasse e non facendo scappare i professionisti dal pubblico al privato (o all’estero) dove sono valorizzati lavorativamente con condizioni ed orari idonei, oltre che pecuniariamente. Si lavora per vivere e non il contrario come si pretende in sanità in Italia al giorno d’oggi”.
Un messaggio semplice ma chiaro, che richiama alla loro responsabilità sia i governi, quello attuale e i precedenti, che attraverso i tagli alla sanità, gli stipendi bassi e il blocco del turnover spingono i medici a fuggire nel privato, sia quei sindacati che, non riuscendo a conquistare aumenti significativi di stipendio, esaltano il doppio lavoro spingendo i medici pubblici verso le prestazioni private lavorando 10-12 ore al giorno.
La diffusione dell’intramoenia in Italia, un attacco al principio di uguaglianza
L’attività intramoenia, o ALPI (attività libero-professionale intramoenia) produce effetti in contrasto con i principi di universalità, uguaglianza ed equità che costituiscono le fondamenta del Servizio Sanitario Nazionale e favorisce i cittadini più abbienti. Nonostante la creazione di una doppia lista di attesa, con tempi più brevi per chi accede alle prestazioni in intramoenia, i dati disponibili mostrano che l’attività libero-professionale intramuraria non ha avuto un impatto significativo sulla riduzione generale dei tempi di attesa. Semmai il contrario.
Aldo Gazzetti, esperto in organizzazione sanitaria, ha analizzato i dati pubblicati dall’Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali (AGENAS) nel gennaio 2025 e relativi all’anno 2023, ricostruendo il percorso storico che ha portato all’istituzione dell’intramoenia e alla sua attuale configurazione. Il documento mostra l’andamento dell’erogazione delle prestazioni in ALPI a livello nazionale, evidenziando i tempi di attesa in un confronto tra attività libero-professionale e istituzionale. La maggior parte delle prestazioni fornite in ALPI viene effettuata entro 10 giorni, e prevalentemente all’interno delle stesse strutture sanitarie pubbliche nelle quali l’attesa per una visita con il SSN può essere di mesi se non di anni. Il ricorso alle prestazioni in intramoenia varia da regione a regione e fra le varie specialità mediche; tali differenze risultano un indicatore utile per comprendere lo stato dell’arte della sanità e della distribuzione della ricchezza nei vari territori.
Prendiamo alcuni esempi tra quelli evidenziati dal report di AGENAS.
Questa è la situazione relativa alla percentuale di visite ginecologiche realizzate in intramoenia (ALPI) sul totale delle prestazioni erogate con il SSN. È bene ricordare che secondo il decreto legislativo 30 dicembre 1992, numero 502, “l’attività istituzionale è prevalente rispetto a quella liberoprofessionale […]” e che “l’attività libero professionale non può comportare, per ciascun dipendente, un volume di prestazioni superiore a quella assicurato per i compiti istituzionali”. Guardate i numeri di alcune regioni del nord.

Qualcuno potrebbe obiettare che la visita ginecologica sia una visita particolare, sia per la peculiarità del rapporto medico-paziente sia per l’attuale condizione dei consultori. Prendiamo allora come esempio un altro tipo di visita, quella cardiologica. Anche in questo caso, i dati - seppure decisamente inferiori a quelli relativi alla ginecologia - risultano comunque significativi per una specialità per la quale il ricorso all’ospedale pubblico dovrebbe essere la regola, in virtù delle potenziali conseguenze cliniche e chirurgiche che potrebbero scaturire dal controllo.

Dietro a questi dati ci sono le liste d’attesa. Chi può le salta, pagando una visita intramoenia (in regime ALPI). Chi non ha un portafoglio sufficiente, aspetta e spera. Questo è inaccettabile, come lo è l’istituzione della super intramoenia da parte della regione Lombardia e l’appoggio a tale misura da parte di qualche sindacato medico.
La conferenza nazionale sulle droghe: l’ennesima occasione persa
Il 7 e 8 novembre si è svolta a Roma la VII Conferenza nazionale sulle dipendenze. Un’ennesima occasione sprecata. Il governo non ha mostrato la minima disponibilità a rimettere in discussione il classico impianto repressivo verso i consumatori di sostanze, impianto che caratterizza storicamente la destra e che, conseguentemente, riempie le galere di giovani e ne consegna molti altri nelle mani di spacciatori e narcotrafficanti. La strategia di riduzione del danno, riconosciuta come uno dei pilastri della lotta alle dipendenze sia dall’OMS e perfino dall’UE, è stata ancora una volta ignorata e messa al bando dal programma ufficiale.
Probabilmente è stata questa una delle ragioni per le quali, come ha spiegato a Il manifesto Caterina Pozzi, presidente del Coordinamento nazionale della comunità d’accoglienza (CNCA), “non sono stati invitati protagonisti come Antigone o Forum droghe, i sindacati o Elide, la rete degli enti locali – tra cui i Comuni di Roma, Bologna, Milano, Napoli e Torino – che affronta il tema dei consumi in un’ottica non repressiva e innovativa. E soprattutto non sono stati invitati i consumatori, cosa per noi inconcepibile perché non si può parlare di servizi senza i diretti interessati”.
Gli esclusi dalla conferenza ufficiale, insieme anche a realtà invece ammesse alla convention, quali ad esempio il gruppo Abele, hanno organizzato in quegli stessi giorni una controconferenza nella quale si sono confrontate le esperienze più innovative. Abbiamo chiesto a Leopoldo Grosso, psicologo e responsabile dell’area tossicodipendenza del Gruppo Abele di raccontarci l’andamento e le conclusioni di entrambi gli eventi. Potete riascoltare il suo intervento qui..
Per uno scherzo del destino è toccato proprio ad un rappresentante della Comunità di San Patrignano - una delle realtà storicamente distintasi per le scelte fortemente proibizioniste - riassumere i risultati emersi da uno dei lavori di gruppo della Conferenza ufficiale che, tra le varie proposte, prevedevano una generalizzazione dei progetti di riduzione del danno, oggi presenti a macchia di leopardo solo in alcune regioni. Una conversione sulla via di Damasco? Speriamo…
NEL MONDO
Chi inquina paga: lo dice la Corte di Cassazione
Storica vittoria per il clima. Mentre a Belém, in Brasile, si sta concludendo la COP30, è utile ricordare un’importante sentenza emessa qualche mese fa e passata inosservata. Il 21 luglio, le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno dato ragione a Greenpeace Italia e ReCommon, due associazioni che avevano fatto ricorso alla Suprema Corte per chiedere se in Italia fosse possibile o meno avere giustizia climatica.
“Abbiamo deciso di portare ENI in Tribunale - scrivono gli attivisti di ReCommon - perché è una delle aziende più inquinanti al mondo. Chi inquina e devasta il nostro Pianeta deve pagare. Alluvioni, siccità, incendi, ondate di calore. Sono i risultati dei cambiamenti climatici e si stanno verificando in ogni angolo del mondo. A pagarne le spese siamo noi e l’ambiente, e la responsabilità è anche di ENI. È una delle aziende italiane più inquinanti al mondo in termini di emissioni di gas serra e il maggior emettitore di CO2 in Italia”.
ENI aveva eccepito “il difetto assoluto di giurisdizione del giudice ordinario”, ritenendo che nel nostro Paese una causa climatica non si potesse svolgere. Invece, in base a questa sentenza i giudici potranno finalmente esaminare nel merito la causa intentata contro ENI, ma non solo. L’importantissimo verdetto avrà infatti impatto su tutte le cause climatiche in corso o future, rafforzando la protezione dei diritti legati alle crisi climatiche, già riconosciuti dalla Corte Europea dei Diritti Umani (CEDU).
Diritti in Salute è gratuita, e questo non cambierà nel tempo. Vi chiedo però di sostenerla con una donazione se potete, perché frutto di un’attività di studio e di ricerca che svolgo con passione da decenni. Potete farlo attraverso PayPal: cliccate su “DONA”, vi apparirà il logo di Medicina Democratica, cliccate “invia”, inserite la vostra mail, scegliete la cifra da donare e dove c’è scritto “A cosa serve?” non dimenticatevi di inserire “Diritti in salute”. Questo è importante perché ci semplifica molto le procedure amministrative.
Per questo numero abbiamo finito. Ci rivediamo tra due settimane.
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